Jamie Anderson – Il Gentiluomo di St Andrews

In un’epoca in cui il golf era ancora arte e mestiere, Jamie Anderson, figlio del “vecchio Daw” di St Andrews, imparò il gioco tra il vento del Mare del Nord e l’erba dell’Old Course.
Da semplice caddie divenne leggenda, vincendo tre Open Championship consecutivi (1877-1879) su tre percorsi diversi — un’impresa che nessuno aveva mai compiuto prima.

Con il suo stile sobrio e la sua dedizione, incarnava lo spirito autentico del golf: umiltà, tecnica e rispetto per il campo.
Eppure, come molti pionieri, conobbe la povertà e fu dimenticato per decenni, fino a quando una lapide nel cimitero di St Andrews ne ha finalmente restituito il nome e l’onore.

Oggi, ricordiamo Jamie Anderson non solo come un campione, ma come simbolo di un’epoca in cui il golf era più di uno sport:
era una scuola di carattere, eleganza e silenzio.

Un bastone da golf storico (long nose club) attribuito a Jamie Anderson of St Andrews

Sposato con Janet Clements Armit, ha molti figli (tra i quali professionisti di golf)
Nel corso della vita Anderson ebbe problemi di salute e anche di alcolismo, che purtroppo contribuirono a un declino economico.
Muore il 16 agosto 1905, nella poorhouse (casa di beneficenza) di Thornton, Fife.

EB

️ Il campo da golf più pericoloso del mondo: storia e mistero di Camp Bonifas

A volte, il destino di un luogo non si scrive solo nella pietra o nel sangue, ma anche in una pallina da golf che rotola troppo oltre.
Ai confini della Corea del Sud, a pochi passi dalla Zona Demilitarizzata che separa le due Coree, si trova Camp Bonifas: una base militare che ospita quello che molti definiscono il campo da golf più pericoloso del mondo.
Una sola buca. Un tappeto di AstroTurf. E tutto attorno, silenzio e mine.

Un avamposto tra guerra e pace

Una sola buca, mille leggende

Il “campo da golf” di Camp Bonifas non ha 18 buche né spettatori, ma una sola buca Par-3 di 192 yard (circa 175 metri).
Il suo “green” è in erba sintetica, e il tee box si affaccia su un’area circondata da campi minati su tre lati.
Le palline che oltrepassano il limite non vengono mai recuperate: il rischio di detonare una mina è reale, e una vecchia cronaca militare parla di un’esplosione provocata proprio da un colpo fuori traiettoria.

Per i soldati, tuttavia, quella buca rappresentava più di un semplice passatempo: era un gesto di normalità in un luogo dove la tensione è quotidiana.
Colpire la pallina in direzione del Nord significava, in un certo senso, sfidare il destino con un sorriso.

Il presente di Camp Bonifas

Oggi Camp Bonifas continua a essere un presidio attivo, con una piccola comunità militare che conta circa 70 soldati tra statunitensi e sudcoreani.
Nel 2024 è stato inaugurato un nuovo Post Exchange, un piccolo negozio interno alla base per migliorare la vita dei militari.
Nel 2025, anche il Primo Ministro della Corea del Sud, Han Deok-soo, ha visitato Camp Bonifas, incontrando le truppe del comando UNC e sottolineando il valore simbolico del loro servizio in uno dei confini più tesi del pianeta.

Nonostante la sua natura militare, il campo rientra anche nei percorsi turistici della DMZ, visitabile da chi partecipa ai tour autorizzati a Panmunjom: un’esperienza unica, dove la storia recente si respira ad ogni passo.

Camp Bonifas sorge a circa 400 metri a sud della DMZ, in una delle aree più sensibili del pianeta.
Fu fondato con il nome di Camp Kitty Hawk, ma nel 1986 venne rinominato in onore del Capitano Arthur G. Bonifas, ufficiale americano ucciso dieci anni prima nel tragico episodio noto come l’“Axe Murder Incident”.
Da allora, il campo ospita il Battaglione di Sicurezza delle Nazioni Unite (JSA), che vigila sulla tregua firmata nel 1953 dopo la guerra di Corea. Qui, il confine non è una linea tracciata sulle carte: è una presenza viva, costante, sorvegliata giorno e notte.

Il simbolo del confine

Camp Bonifas rappresenta un paradosso che solo la storia può concepire: un luogo nato dalla guerra che trova nel golf — lo sport della calma e della misura — un frammento di umanità.
Quel piccolo green artificiale, circondato da filo spinato e silenzi, diventa il simbolo di un equilibrio fragile, dove ogni colpo è un atto di speranza.
È la dimostrazione che anche nei luoghi più severi, l’uomo conserva il bisogno di gioco, di rituale, di un ritorno alla normalità.

E.B.